Certificati di investimento 2025: guida completa per investitori consapevoli
I certificati di investimento rappresentano una categoria di strumenti finanziari derivati sempre più diffusa tra gli investitori italiani, sia retail che professionali.
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ToggleNon ti spaventare se vedi la parola “derivati” 🙂 In realtà, ti basti sapere che sono strumenti che le persone usano per investire in azioni con qualche “cuscinetto” che può attutire il colpo se il mercato scende.
Utilizzo molto diffuso: molti investitori cercano certificati che investono in azioni per avere una rendita con le cedole del certificato MA dando al proprio capitale investito una sorta di protezione. Cioè, se il mercato scende, continuano a pagarmi le cedole e mi possono rimborsare l’intero capitale nonostante tutto, nonostante la discesa.
Cosa sono i certificati di investimento?
I certificati di investimento sono prodotti emessi da banche o intermediari finanziari e collegati all’andamento di un’attività sottostante, che può essere un’azione, un indice di Borsa, una materia prima, un tasso di cambio o un paniere di titoli.
Il loro codice identificativo è l’ISIN, comune a tutti gli strumenti quotati.
Questi strumenti nascono con l’obiettivo di offrire all’investitore una partecipazione ai mercati finanziari con una strategia predefinita, spesso legata a condizioni di rendimento condizionato.
A differenza di un ETF o di un fondo comune, i certificati sono spesso più complessi e combinano opzioni in una struttura “chiusa”, che determina un determinato comportamento in base agli scenari del sottostante.
Uno dei principali vantaggi dei certificati è la flessibilità strategica: consentono, ad esempio, di guadagnare anche in mercati laterali o debolmente ribassisti, laddove altri strumenti fallirebbero.
Sono strumenti negoziabili in Borsa (principalmente sul SeDeX e EuroTLX), acquistabili tramite home banking, senza necessità di margini o leva esplicita, il che li rende operativamente semplici anche per i non esperti.
Nonostante la loro struttura derivi da modelli matematici complessi, l’esperienza d’acquisto è simile a quella di un titolo azionario.
Il bello dei certificati è che possiamo già conoscere all’inizio cosa succederà con il nostro certificato se il mercato si muove in una certa maniera. Esempio: possiamo sapere che se un’azione scende del -10%, il mio capitale è ancora per intero rimborsabile e mi pagano ancora le cedole del certificato.
Dall’inizio possiamo conoscere la struttura del certificato e usare i calcoli per stimare i vari scenari possibili. E, di conseguenza, anche i rischi connessi.
Le caratteristiche di un certificato di investimento
Barriera
La barriera è il livello critico del sottostante sotto cui viene meno la protezione del capitale. Se, ad esempio, una barriera è fissata al 60% del valore iniziale, significa che finché il sottostante NON scende sotto quel livello (in genere osservato solo alla scadenza), il capitale è protetto. In caso contrario, l’investitore subisce una perdita proporzionale alla performance negativa.
Esempio: se il sottostante parte da 100 e la barriera è 60, alla scadenza quota 58, l’investitore riceverà solo il 58% del capitale nominale. Se quota 65, l’investitore riceverà il rimborso del 100% del capitale nominale (quindi, il capitale è protetto nonostante l’azione sia scesa del -35%.).
Strike
Lo strike è il valore iniziale del sottostante al momento dell’emissione del certificato. Serve come punto di riferimento per calcolare performance, barriera, cedole, bonus o attivazione di vari trigger.
Scadenza
La scadenza è la data entro cui il certificato termina la sua vita e si calcola il rimborso finale. Può variare da alcuni mesi a più anni, a seconda della strategia. Alcuni certificati hanno anche meccanismi di estinzione anticipata (autocall), che li chiudono prima se il sottostante supera certi livelli.
Esempio: un certificato autocallable worst of con trigger autocall al 100% dello strike si estingue se il sottostante che performa peggio degli altri è sopra il valore iniziale.
Cedole
Molti certificati prevedono cedole periodiche (mensili, trimestrali, semestrali), condizionate dal fatto che il sottostante sia sopra un certo livello (il trigger cedola). Queste possono essere:
Memory: accumulate e pagate successivamente se le condizioni si ripristinano. Magari non sono state pagate nei precedenti 2 mesi ma ora le condizioni ci sono e viene pagata la cedola normale + le restanti 2 cedole non pagate. Si ha, in effetti, l’effetto memoria.
Step-up: aumentano nel tempo.
Esempio: un certificato paga cedole mensili del 0,8% (quasi il 10% annuo) se l’azione sottostante è sopra il 70% dello strike. Se un mese è sotto, non paga nulla; se è memory, la cedola viene recuperata più avanti se il prezzo supera il 70% dello strike.
Conoscere e valutare bene questi trigger è fondamentale per selezionare certificati coerenti con il proprio profilo e scenario atteso di mercato.
Costi dei certificati di investimento: visibili e nascosti
Capire i costi dei certificati è essenziale. Questi si dividono in:
Commissioni di collocamento: applicate in fase di emissione, sono parecchio alte. Possono costare il 4/5% del capitale investito.
Spread denaro/lettera: più elevato è lo spread, più costa entrare o uscire dalla posizione. Bisogna usare banche e altri emittenti che gestiscono bene la liquidità e dove lo spread sia più basso.
Costi impliciti: inclusi nella struttura derivativa, difficili da individuare senza analisi approfondita. Quando guardiamo i rendimenti di un certificato, il risultato già include i costi.
Fiscalità: come vengono tassati i certificati
In Italia, i certificati sono soggetti alla tassazione del 26% sui rendimenti (plusvalenze e cedole). Sono considerati redditi diversi di natura finanziaria e permettono la compensazione delle minusvalenze pregresse.
Per questo motivo vengono molto utilizzate in Italia. Se, ad esempio, vendo un ETF in perdita, non posso compensare queste perdite con profitti ottenuti dalla vendita di altri ETF. Ma posso farlo con i certificati (sia con le cedole che con le plusvalenze).
Inoltre, è applicata l’imposta di bollo dello 0,20% annuo sul controvalore totale degli strumenti in deposito titoli.
Questi strumenti possono essere gestiti in regime amministrato (tramite intermediario italiano o intermediario estero che ha il ruolo di sostituto d’imposta in Italia) o dichiarativo (tramite broker estero), con differenze operative nella dichiarazione dei redditi.
Rischi: non tutto è protetto
I certificati di investimento non sono privi di rischi. I principali sono:
Rischio di mercato: se il sottostante scende, scende anche il prezzo del certificato, se scende oltre la barriera, il capitale può essere compromesso.
Rischio emittente: se la banca fallisce, potrebbe succedere di non intascare né cedole ne il capitale investito.
Rischio liquidità: non tutti i certificati sono facilmente vendibili. Subito dopo il collocamento il certificato sarà quotato sul mercato ed è preferibile avere sempre la possibilità di liquidarlo senza incorrere in costi eccessivi. Solitamente l’emittente affida ad un “Liquidity Provider” il compito di esporre proposte in acquisto ed in vendita su un certificato. Spread elevati o assenza di controparti possono penalizzare l’investitore.
Rischio di struttura: strumenti troppo complessi possono essere mal compresi, con conseguenze impreviste sul rendimento.
La parola chiave è consapevolezza: conoscere bene termsheet, scadenze, barriere, cap e autocall permette di usare i certificati in modo intelligente e coerente con il proprio profilo.
Conclusioni
I certificati di investimento sono strumenti affascinanti e potenti, ma vanno maneggiati con attenzione. Possono rappresentare una valida alternativa ai classici strumenti finanziari, ma solo se utilizzati in modo consapevole.
Chi è disposto a studiarli, analizzarli e selezionarli con criteri razionali può costruire portafogli evoluti e dinamici, capaci di affrontare scenari di mercato incerti con maggiore controllo del rischio.

